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	<description>Pensieri di un uomo fuori forma</description>
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		<title>W la Superlega</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2021 21:35:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Oppi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il resto]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Sono un tifoso del Torino, da quando sono nato, 43 anni fa. E sono un tifoso della Super League, da diversi anni, un po&#8217; meno ma comunque non pochi. “Il calcio è cambiato” è una frase diventata tanto ricorrente, sulla trequarti di chiacchierate a tema con amici, o posta invece più prossima all&#8217;inizio di discorsucci [&#8230;]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono un tifoso del Torino, da quando sono nato, 43 anni fa.<br />
E sono un tifoso della Super League, da diversi anni, un po&#8217; meno ma comunque non pochi.</p>
<p>“Il calcio è cambiato” è una frase diventata tanto ricorrente, sulla trequarti di chiacchierate a tema con amici, o posta invece più prossima all&#8217;inizio di discorsucci con semisconosciuti al bancone del bar in zona gialla, da aver quasi perso di significato. Una sorta di “si stava meglio quando si stava peggio” declinata in forma sportiva.</p>
<p>Come quasi tutti questi aforismi, nonostante l&#8217;odorino di stantìo che emana essa è però al tempo stesso una verità innegabile; il calcio è cambiato davvero, eccome. Solo che quella frase non dice tutto: mentre la guardiamo, stiamo in realtà osservando allo specchio il riflesso del vero soggetto cangiante, che è la società occidentale tutta.</p>
<dl id="attachment_4498" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/inequality.jpg"><img class="size-medium wp-image-4498" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/inequality-300x188.jpg" alt="Voi su quale piatto state? Se siete su quello a sinistra, chiamatemi, diventiamo amici" width="300" height="188" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd"><span style="color: #ada1a1;"><em>Voi su quale piatto state? Se siete su quello a sinistra, chiamatemi, diventiamo amici</em></span></dd>
</dl>
<p><strong><span style="color: #993300;">Polarizzazione</span></strong>. Non è la sede questa, e non sono l&#8217;autore qualificato io, per iniziare ora una riflessione tanto ampia. Eppure, sin da ragazzino ho potuto – come tutti, immagino – vedere con discreta chiarezza le linee più marcate del grande disegno, seguirle per capire dove portavano, e scoprire che il titolo dell&#8217;opera era costituito di una sola parola: “polarizzazione”.</p>
<p>Quel fenomeno che vede disegnarsi un gruppo ridotto di persone ricche diventare sempre più ricche, e una imponente massa di persone un tempo “classe media” andare a fare compagnia all&#8217;altrettanto ragguardevole massa di chi era povero già prima, e insieme diventare più poveri ogni anno. In mezzo ai due gruppi, un grande vuoto.</p>
<p>Di questo trend il calcio è un riflesso, ne rispecchia e ne segue l&#8217;andamento. Per chi come me ha scelto di essere uno sfigato non in buona parte ma proprio al 100%, e quindi oltre a tifare per una squadra “piccola” ha pure il cuore e la testa orientati da sempre politicamente a sinistra, era già così, non è una novità: la visione del calcio come specchio della società costituisce essa stessa una delle ragioni che hanno determinato la scelta del tifo, e di nuovo non stiamo a elencare nei dettagli quali siano queste spinte interiori che determinano la propria area di appartenenza, ché le conosciamo tutti bene (tensione verso una giustizia sociale, senso di solidarietà, amore per le cause perse&#8230;).</p>
<p><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/71pb-ih30mL._AC_SX679_.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4499" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/71pb-ih30mL._AC_SX679_-217x300.jpg" alt="71pb+ih30mL._AC_SX679_" width="217" height="300" /></a><strong><span style="color: #993300;">Abbiamo perso.</span> </strong>Ebbene, se tutto questo discorso sintetizzato in maniera tanto elementare da una penna scolastica viene compreso da qualcuno, questi sarà senz&#8217;altro cosciente del fatto che tutti quanti stiamo attraversando una fase storica dove ogni cosa in apparenza concorre a dirci una cosa, ripetuta da ogni parte anche se non vogliamo ascoltare: “<i>Avete perso</i>”. Che poi sia vero o meno, che in realtà sotto la cenere il fuoco sia spento come credeva Vorster oppure no, ancora una volta non è questo il posto giusto; il punto è unicamente che in quest&#8217;epoca i “padroni” hanno perso il volto e hanno vinto tutto il resto, sono diventati dei mostri tentacolari multicefali (e multinazionali), mentre la massa dei “lavoratori” ha perso e basta. Sicurezze, diritti, potere d&#8217;acquisto. Tutto. Le piccole aziende vengono schiacciate dai tentacoli delle holding, le catene di supermercati abbassano le serrande dei negozietti, e tutto questo lo sappiamo bene: l&#8217;abbiamo visto nascere, e crescere a dismisura, nei decenni.</p>
<p>Ma quantomeno giocavamo sullo stesso campo, allo stesso gioco: loro erano più potenti, sempre, e più forti, quasi sempre, ma a volte la classe operaia ci andava, in paradiso. Laddove il paradiso è ovviamente la vittoria, di una partita o di un trofeo, oppure una serie di viaggi fuori dai confini, o un qualche bel torneo (ce n&#8217;erano pure di più, proprio per dare più possibilità a tutti). Loro comunque vincevano più di tutti e questo non era in discussione. Ma ci si andava, ogni tanto, in quel cazzo si paradiso. E se non ci andavi oggi, potevi sperare di andarci la volta dopo.</p>
<p><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/economy.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4501" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/economy-278x300.jpg" alt="economy" width="278" height="300" /></a><span style="color: #993300;"><strong>Finito tutto.</strong></span> Poi, “il calcio è cambiato”, di pari passo con tutto il resto. Alcuni fra i più grossi hanno preso a gonfiarsi oltremisura, spesso nutriti con l&#8217;imbuto dalle mani di altri giganti di tutto il mondo, che non conoscevano nemmeno il giocattolo ma volevano comunque comprarlo. E l&#8217;hanno rotto.</p>
<p>Ve lo ricordate quel giocattolo bello, che qualche genitore o qualche parente o amico ci aveva regalato da bambini, e con cui abbiamo giocato ogni domenica (e pure qualche mercoledì) per gran parte della nostra vita? Ricordate com&#8217;era divertente? Che bella sensazione quando vincevate? Ecco: ce l&#8217;avete ancora, fra le vostre mani, anzi ora ve lo lasciano più spesso, ve lo danno pure ogni giorno se volete. Solo che non è più divertente. Non è mai appassionante. Somiglia sempre più a un videogioco in 2d anziché a un giocattolo. E&#8230;non vincete mai.</p>
<p><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/generico-2018-727029.610x431-330x233.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4502" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/generico-2018-727029.610x431-330x233.jpg" alt="generico-2018-727029.610x431-330x233" width="330" height="233" /></a>Ma c&#8217;è un punto che non si può ignorare: questi partecipanti che portano il De Coubertin al parossismo, tutti questi club che possono solo partecipare, sono la maggioranza. Un&#8217;amplissima maggioranza. Di fatto, i giocatori cui è consentito vincere, i giganti schiacciatutto, sono in realta pochissimi: in Italia, giusto 3. In tre, con l&#8217;eccezione del biennio a cavallo del 2000, si sono spartiti le vittorie degli ultimi 30 anni. Tre e in trent&#8217;anni!<br />
E la tendenza, con la parziale eccezione dell&#8217;Inghilterra (che comunque per altri aspetti finanziari è invece in prima fila in questo movimento), è come si diceva globalizzata: in Italia si è recentemente stabilito un monopolio, così come in Germania e in Francia; duopolio invece quello spagnolo, ma la sostanza non cambia.</p>
<p>La splendida alternanza che un tempo permetteva a tanti di poter vivere momenti felici, e a tutti di poterci ambire, non è destinata a cambiare entro l&#8217;orizzonte temporale che ci è dato di poter ragionevolmente prevedere (salvo sporadiche eccezioni, che in quanto tali non spostano il treno del pallone dal proprio ineluttabile binario); può solo peggiorare. Quale la soluzione, allora, per tutte quelle persone innamorate di un passatempo unico, storico e totalizzante quale è lo sport più bello e popolare del mondo?</p>
<p>Abbandonarlo? C&#8217;è chi suggerisce pure questo, e io a costoro mi sento di rispondere solamente “<em>col cazzo</em>”. E sì che ci ho provato, eh. Dopo Calciopoli, dopo le innumerevoli macchie che una dopo l&#8217;altra hanno finito per costellare questa mia coperta di Linus a esagoni&amp;pentagoni. Ma nonci sono riuscito; e “in effetti non voglio farlo”, come ammise Bilbo prima di lasciare Casa Baggins. No, non lo lascio. Non me ne vado.</p>
<p>Ma forse&#8230; Forse c&#8217;è un&#8217;alta soluzione; sì! Era tanto semplice. Eccola: “ANDATEVENE VOI”.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-4517" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/IMG-20201209-WA00141.jpg" alt="IMG-20201209-WA0014" width="560" height="381" /></p>
<p>Personalmente caldeggio da anni la creazione di una Super Lega, la chiamavo così quando non esisteva ancora nemmeno il progetto (e questo dimostra l&#8217;originalità tanto dei club coinvolti quanto la mia).</p>
<p>Prendiamone atto: noi e loro non giochiamo più allo stesso gioco. Non sono poi stufo di tifare per una squadra che non vince; cioè sì, un po&#8217; sì, lo sono. Ma è molto più stancante, molto più schiacciante il pensiero di tifare per una squadra che non <i>potrà vincere mai</i>. E questo pensiero accomuna tutte, ci accomuna tutti: non potrà mai vincere il Torino, in questo nuovo calcio. Così come non potrà il Genoa, nè il Parma, il Palermo, l&#8217;Athletic di Bilbao, il Valencia, il Nantes, il Nizza, l&#8217;Eintracht di Francoforte, il Werder di Brema&#8230;<br />
Liberarsi dei dittatori è sempre una scelta giusta. Non si riceve contestualmente la garanzia di successiva felicità, ma si ottiene la possibilità di poterla ottenere (con bravura, impegno, pazienza, e certo anche denari spesi bene).</p>
<p>In termini più fattuali: 12 club si sono decisi finalmente, dopo qualche anno di manfrina, a compiere un passo ufficiale verso la creazione della mega-cosa. Le ragioni? Soldi. Non ne hanno abbastanza? Oh sì, ma hanno ancora più debiti (qualcosa come 8 miliardi complessivi). La federazione continentale europea (e di rimando anche quella mondiale) ha risposto come da aspettative: “Se volete la guerra, e guerra sia”.</p>
<p><img class="aligncenter  wp-image-4504" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/5bcd4-300x185.jpg" alt="5bcd4" width="526" height="325" /></p>
<p><strong><span style="color: #993300;">Una guerra (forse) per tre finali.</span></strong> Da più parti si covano dubbi rispetto all&#8217;effettivo scoppio del conflitto armato fra i 12 apostoli del Dio Denaro e l&#8217;altrettanto avida UEFA. Nel momento in cui un novello Gavrilo Princip senza pistola, diciamo per esempio un pistola come Andrea Agnelli, dovesse sparare il colpo metaforico che dà fuoco alle ceneri, allora io personalmente scommetterei sulla vittoria dei club.</p>
<p>O meglio, io spero vincano i club. E spero anche che la federazione applichi le proprie ritorsioni.</p>
<p>Mi spiego meglio. Fatta la prima mossa, ora ci sono tre scenari possibili per il prosieguo del film. Uno in cui la UEFA si incazza così tanto che le società “ribelli” (mi fa sempre sorridere associare questa parola ai tycoon asiatici e americani che possiedono le società calcistiche in questione) tornano sui propri passi e si rimangiano ogni velleità bellica, e tutto torna come prima. Si legge da più parti che sia una strada realistica, ma io ci credo poco. Innanzitutto, perché la rabbia di Infantino è un ruggito del coniglio che difficilmente può spaventare lupi e squali. In secondo luogo, perchè nessuna delle tre parti (club ribelli, federazione e club allineati) pretenderebbe risarcimenti o punizioni.</p>
<div id="attachment_4505" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/thomasbecketmurderer-knhh-u30501077434050f9b-1224x916corriere-web-sezioni_656x492.jpg"><img class="size-medium wp-image-4505" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/thomasbecketmurderer-knhh-u30501077434050f9b-1224x916corriere-web-sezioni_656x492-300x271.jpg" alt="Lo scisma tira sempre" width="300" height="271" /></a><p class="wp-caption-text"><em><span style="color: #ada1a1;">Lo scisma tira sempre</span></em></p></div>
<p>Il secondo scenario è quello che sogno. Quello in cui i club in questione (cui se ne aggiungerà qualcun altro dopo aver intravisto i primi successi dei 12, diciamo un po&#8217; come il governo italiano nel 1940), vincono, e la federazione di contro li caccia da ogni competizione nazionale. Nasce un nuovo ente, che va a federare i suddetti “big” i quali costruiscono la loro Super League come un nuovo campionato, una Champions continuativa, e non partecipano più alle competizioni domestiche. Intendiamoci: credo poco a quel che ho scritto quando ho scritto “li caccia”. E non perché non pensi che accadrà, bensì perché penso sia una scelta letteraria inappropriata: io penso infatti che i club <i>non vedano l&#8217;ora</i> di farsi mandare fuori da Serie A e affini.</p>
<p>Specie se dovessero riuscire ad allargare i propri ranghi fino a 18-20 partecipanti almeno, eccolo allora il vero super campionato. E no, non ci sarebbe più posto né soprattutto interesse per quelli nazionali. Solo che abbandonare i campionati di propria volontà e unilateralmente è un&#8217;ipotesi da scartare, tanto sarebbe faticosa e complessa sotto l&#8217;aspetto giuridico, e drammatica sotto quello delle relative conseguenze economiche. Molto meglio, molto più conveniente e meno impegnativo, farsi cacciare. Qualora le società coinvolte tenessero duro, potrebbero arrivare a questo risultato, che io sono piuttosto certo in cuor loro auspichino (naturale non possano dichiararlo alla stampa).</p>
<p>Ed ecco realizzato il mio vecchio sogno: una Serie A senza le Juventus, Milan e Inter. Sarebbe un campionato di secondo livello? Sarebbe dichiaratamente inferiore? Non lo so, e non mi interessa. Tanto, oggi il nostro campionato, quello in cui competiamo noi, è già un campionato di livello inferiore. Ècome giocare in categorie diverse, ma forzatamente dentro la stessa categoria. Con distacchi di 40, 50, 70 punti. È già così, sono già due campionati diversi, con regole diverse (non penso alla distribuzione dei calci di rigore, ma a quella dei proventi delle tv), forzatamente insieme per il divertimento di nessuna delle due parti.</p>
<p><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/85a368b5b00fbc2e9f3e3c50d64b01af.jpg"><img class=" wp-image-4506 aligncenter" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/85a368b5b00fbc2e9f3e3c50d64b01af-300x158.jpg" alt="&quot;Riuscite a immaginare una Serie A senza strisciate?&quot;" width="601" height="316" /></a></p>
<p>Quel che so è che sarebbe un campionato dove potremmo riabbracciare l&#8217;<i>alternanza</i>, figliola prodiga. Dove tutti potrebbero tornare a sperare di vincere, se non quest&#8217;anno, quello dopo, magari quello dopo ancora, magari anche più in là. Ma non <i>mai</i>.</p>
<p>La UEFA ha tutto da perderci: il prestigio, l&#8217;idea di giocare le coppe senza le migliori (la Champions a quel punto potrà essere direttamente chiamata Coppa Bayern, in attesa della finale da giocarsi rigorosamente ogni anno contro il Paris-Saint Germain). I giocatori più forti. E tutto ciò che intorno a quei marchi e quei cognomi gira, quel vorticoso turbine di miliardi.</p>
<p>Magari terrebbe duro per un po&#8217;, ma finirebbe per perdere. La minaccia di questi giorni, “i giocatori di quei club non giocheranno più per la propria Nazionale”, è anch&#8217;essa una zampata con artigli di micetto: periodicamente alle prese col problema di riaccendere l&#8217;interesse per le competizioni delle nazionali, come potrebbero UEFA e FIFA immaginare un Europeo o un Mondiale senza stelle? Considerando inoltre che quei proventi vanno per quasi il 100% direttamente nelle proprie casse, a differenze di quanto avviene con le competizioni per club.</p>
<p>Club che, dal canto loro, non molleranno l&#8217;idea facilmente: JP Morgan garantirà a ogni club 400 milioni di euro solo come entrance fee! In pratica, il chip che con gli amici metti sul tavolo quando volete iniziare un pokerino serale. Per dare un&#8217;idea dell&#8217;ordine di grandezza: attualmente, la società che la Champions la <i>vince</i> guadagna in tutto meno di un quarto di quella cifra iniziale.</p>
<p><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/155416840-e56353b1-94b7-4e27-9eb8-1025868c041d.jpg"><img class="alignright  wp-image-4507" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/155416840-e56353b1-94b7-4e27-9eb8-1025868c041d-150x150.jpg" alt="155416840-e56353b1-94b7-4e27-9eb8-1025868c041d" width="242" height="242" /></a></p>
<p>Questo, il mio sogno. Poi c&#8217;è l&#8217;incubo: il terzo e ultimo scenario. Quello in cui le due parti in lotta si accordano, l&#8217;intenzione della SL (uè Infantino, ho già anche la sigla, se vuoi ti vendo i diritti) ritorna nel cassetto del comodino del rampollo monocigliato, e finisce tutto quanto a tarallucci &amp; sangue. Quello in cui i club “accettano” di rientrare fra i ranghi, a patto di ottenere <i>ancora</i> più risorse, e ancora più potere (che so, posti garantiti in CL a prescindere dal piazzamento). E questa sarebbe la perpetuazione del noioso e mai entusiasmante calcio che viviamo da decenni, con la riduzione sotto zero delle nostre possibilità di gioia. Ecco che sì, giocheremmo ancor più in un campionato di fascia B, come segmento all&#8217;interno – nominalmente – della Serie A.</p>
<p><span style="color: #993300;"><strong>Siamo dei vecchi di merda e ci piace così.</strong></span> No, grazie. Se ne vadano. Ci lascino giocare. Ci considerino come vogliono: inferiori, “locali”, sai quanto ci può interessare; sapessero come noi consideriamo loro. Ci lascino giocare.</p>
<p>Noi ci divertirem(m)o: loro, chissà? Come dice qualche saggio, Real Madrid-Liverpool genera eccitazione e aspettative perchè succede una volta ogni morte di vescovo, ma se invece si tenesse una volta ogni rutto di Salvini perderebbe la gran parte del proprio fascino.</p>
<p>Magari avrebbe successo, la SL. Del resto, si diceva, è lo specchio della realtà: e nel mio lavoro in campo educativo conosco, e da 15 anni almeno, ragazzini che qui a Torino dichiarano di tifare “per il Chelsea”. Non per modo di dire, davvero non simpatizzano per la Juve o altro.<br />
<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">&#8211; Tu per che squadra fai il tifo, Valerio?<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">&#8211; Paris-Saint Germain (ipotizzando che il ragazzino nella sua testa lo scriva correttamente, <em>ndr</em>)<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">&#8211; No ma non dico in, che so, Champions&#8230; Dico proprio la tua squadra del cuore<br />
</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">&#8211; Sì, io tifo Paris-Saint Germain<br />
</span>&#8211; …</p>
<p><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/Immagine.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4519" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/Immagine-300x199.jpg" alt="Immagine" width="300" height="199" /></a>Si tratta di prendere atto della realtà. Io capisco i tifosi del Liverpool che ieri appendevano sotto la propria curva degli striscioni che annunciavano la morte del club, sono loro vicino col cuore, davvero. Ma al tempo stesso direi loro, se li incontrassi: “<em>Guys, guardiamoci negli occhi. Non potete parlare e pensare come se foste tifosi di un local team. La squadra che supportate è in realtà un colosso finanziario che vale più di diverse Nazioni indipendenti e membri dell&#8217;ONU! Il principale azionivsta del vostro club è uno yankee che possiede anche i Boston Red Sox, che possiede tutto il circuito Nascar, tra i vostri azionisti c&#8217;è chiunque, c&#8217;è persino LeBron James santo cielo</em>” e poi li abbraccerei, eh. Ma non possiamo fare le verginelle, come se fino a ieri avessimo fatto la guardia al sacro fuoco di Olimpia e oggi all&#8217;improvviso scoprissimo con orrore il denaro. Il “no al calcio moderno” aveva senso, eccome, ma dovevate esserci 20 anni fa. Farlo stamattina strapperà applausi al pubblico di Operazione Nostalgia, ma a me suona un filo ipocrita se avete applaudito tutto questo sino a oggi&#8230;</p>
<p>Dei tifosi, in tutto questo, ai giganti importa nulla. Se anche volessimo illuderci che il pubblico europeo rifiuterebbe la Super Lega, che non cederebbe alle lusinghe di quella invitante droga leggera rotolante come finisce sempre per fare, beh: &#8220;<em>echissenefrega</em>!&#8221;, direbbero Florentino Pérez e i suoi compagni di merende, &#8220;<em>i nostri tifosi sono ovunque, mica solo a Madrid nè solo in Spagna</em>&#8220;. E avrebbe ragione. Vi faccio un esempio veloce, poi giuro che vi lascio andare: la Nigeria. La Nigeria è il settimo stato più popoloso al mondo, oltre 200 milioni di abitanti con un tasso di calciofili che non teme confronti. Calciofili che non seguono tanto il campionato locale, quanto quelli europei; e non li &#8220;seguono&#8221; come spettatori, ma sono tifosi. Tifosi veri, caldissimi: quando il Real Madrid di cui sopra vince la CL, per le strade di Lagos e Benin City ci sono i caroselli; quando c&#8217;è il <em>clasico</em>, si verificano risse e incidenti. Bene: a questi supporter nigeriani, cosa gliene frega del &#8220;fascino&#8221; delle sfide contro Real Saragozza ed Elche? Pensate forse che vedano qualcosa di negativo nella possibilità di vedere invece Hazard e Benzema che giocano sempre contro Liverpool e Manchester City?</p>
<div id="attachment_4509" style="width: 548px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/176252507_10218874142873874_7397858649884689749_n.jpg"><img class=" wp-image-4509" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/176252507_10218874142873874_7397858649884689749_n-300x174.jpg" alt="A.D. 1995" width="538" height="312" /></a><p class="wp-caption-text">A.D. 1995</p></div>
<p>Naturalmente no, questi sono pensieri che culturalmente appartengono alle tifoserie di antica tradizione come quelle europee. Ma il mercato nigeriano in questo è impermeabile tanto quanto quello indiano e quello cinese. Pérez è a posto così: non gli servono i madrileni.</p>
<p>Per cui questi tifosi davanti alla Kop, che non hanno responsabilità alcuna così come altri tifosi delle 12 sorelle e di quelle che si aggiungeranno, se vorranno essere duri&amp;puri potranno abiurare la propria fede e magari creare qualcosa, come lo United of Manchester a suo tempo. Ma sinceramente, a un certo punto, mi interessa il giusto, eh. Mi interessa di più di noi, di me.<br />
Di poter tornare a “respirare libero e pulito”, come diceva Giagnoni.</p>
<p><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/ti_amerei_anche_se_vincessi.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-4523" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2021/04/ti_amerei_anche_se_vincessi-300x282.jpg" alt="ti_amerei_anche_se_vincessi" width="300" height="282" /></a>C&#8217;era quel due aste fantastico, tempo addietro in Maratona, che pur non essendo un&#8217;esclusiva granata diceva secondo me parecchio, su di noi: “<em>Ti amerei anche se vincessi</em>”. Ecco, vorrei poter tornare a dimostrarlo, o a lottare per farlo, o a progettare di farlo, o a immaginare di farlo. Ma a occhi aperti, non come faccio ora nei miei sogni notturni più infantili.</p>
<p>Super League, ti aspetto. Vieni. Vieni, e portali con te. Andate e divertitevi. Noi lo faremo di sicuro.</p>
<p><em>Oppi</em><br />
ps: se mai dovesse succedere, una prece per DAZN, che una settimana fa ha comprato i diritti per la Serie A e ora potrebbe aver acquistato un pacchetto senza Juve, Inter e Milan</p>
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		<title>Benvenuto. Ti disprezzo</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2016 14:26:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Oppi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Željko Ražnatović era ancora minorenne quando gli agenti del penitenziario di Zagabria, dove si trovava per una rapina in un bar, fecero il suo nome ai colleghi dell&#8217;UDBA, la polizia segreta della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia: “E&#8217; pronto a tutto; è astuto; è feroce; ci sembra perfetto per le vostre attività”. E lo era, [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small;"><strong><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">Ž</span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">eljko Ražnatović</span></strong> era ancora minorenne quando gli agenti del penitenziario di Zagabria, dove si trovava per una rapina in un bar, fecero il suo nome ai colleghi dell&#8217;<strong>UDBA</strong>, la polizia segreta della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia: “<em>E&#8217; pronto a tutto; è astuto; è feroce; ci sembra perfetto per le vostre attività</em>”. E lo era, e lo fu: andare in giro per l&#8217;Europa ad ammazzare quei suoi connazionali che non andavano matti per Tito, il quale peraltro ricambiava di tutto cuore, era il lavoro per lui. Anche perchè gli lasciava parecchio tempo libero, che Željko usava per fare il suo secondo lavoro: le amate <strong>rapine</strong>, possibilmente col morto. La prima a Milano, nel &#8217;74; poi, innumerevoli altre ovunque in Europa. Facile quando hai armi, documenti falsi, e soprattutto la <strong>completa immunità</strong> in patria, dove Željko ritorna a fine anni &#8217;80 con un pacco di fogli che lo condannano a complessivi 25 anni di carcere (oltre a quelli scontati in Belgio, Italia, Olanda, Svezia&#8230;), fogli con cui accendere il camino della gigantesca villa in cui va a vivere.</span><span id="more-771"></span></p>
<p><span style="font-size: small;"><img class="alignleft wp-image-777 " src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2016/05/11-highres_00012621-1072x714-199x300.jpg" alt="Arkan con la tigre e le Tigri" width="243" height="367" />Nella grande <strong>pasticceria</strong> del centro di Belgrado che il governo gli ha regalato come copertura per i suoi veri affari comincia a delinearsi il suo nuovo ruolo, <strong>il lavoro dei sogni</strong> che gli permetterà di riunire in una le sue tre passioni: il saccheggio, la violenza, il calcio. La prima mossa è stata metterlo a capo dei vari gruppi <strong>ultras della Stella Rossa</strong>: vengono riuniti in uno solo, i <em><strong>Delije</strong> </em>(gli “Eroi”), da Ražnatović, che nel frattempo si farà chiamare <strong>Arkan</strong> e verrà nominato ufficialmente direttore del Centro per la Formazione Militare, dipendente dal Ministero degli Interni serbo. Arkan cambierà poi questo noioso nome in “<strong>Le Tigri</strong>”; perchè non dimentichiamolo, otre che di un aberrante mostro, è pur sempre di un tamarro slavo che stiamo parlando (si veda la sua vita post-bellica con il matrimonio, la musica, l&#8217;Obilic&#8230;). Prende a portare con sé una giovane tigre (in seguito la prenderà bianca, chè altrimenti sarebbe stato troppo sobrio), che racconta di aver sottratto a qualche ricco croato di Zagabria, e invece ha coraggiosamente rubato dallo zoo di Belgrado.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: small;">Le riunioni preparatorie delle azioni che verranno si svolgono fra il presidente della Serbia, il riferimento in campo, e il riferimento fuori dal campo; quest&#8217;ultimo è appunto Arkan; il presidente è ovviamente Slobodan <strong>Milo<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">š</span>evi<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">ć</span></strong>; il secondo si chiama invece <strong>Sini<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">š</span>a Mihajlovi<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">ć</span></strong>.</span></p>
<div id="attachment_773" style="width: 410px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2016/05/miha-2.jpg"><img class="wp-image-773 size-full" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2016/05/miha-2.jpg" alt="Intesa (pour homme)" width="400" height="285" /></a><p class="wp-caption-text">Intesa (pour homme)</p></div>
<p><span style="font-size: small;"><strong>I tre si riuniscono abitualmente a casa di Milo<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">š</span>evi<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">ć</span></strong>, e qui si stabiliranno le linee guida per le Tigri, che conteranno di 3000 uomini in parte pescati sugli spalti del Marakana e in parte tirati fuori di prigione tra i peggiori farabutti all&#8217;ergastolo (peraltro spesso le due provenienze coincidevano). <strong>&gt;</strong> <em>Edit: temendo non sia chiaro, preferisco per scrupolo precisare che qui non si dice (non è provato in alcun modo) che Mihajlovic partecipasse attivamente alla stesura di programmi o ad alcun tipo di pianificazione: si dice che presenziava, che partecipava agli incontri a casa Milosevic, nulla più (e nulla meno).</em> <strong>&lt;</strong>  Il resto è storia nota: il 13 maggio 1990 al Maksimir non inizierà mai il match fra Dinamo e Stella, ma di fatto prese il via la <strong>guerra</strong>. Da quel giorno in avanti, le Tigri si abbandonarono a un&#8217;orgia di morte senza ritorno, abbeverandosi di sangue: bilancio deludente per Arkan quando nelle prime 24 ore uccisero solo 17 innocenti al bar, ma già l&#8217;indomani si rifecero con 400 civili, poi 600, poi altri 700 e così via, quindi con l&#8217;allenamento arrivarono anche a 20000 persone in un solo giorno. Certo è vero, quasi solo donne e bambini, ma che importa; stuprarle tutte prima di tagliarne le gole è un&#8217;operazione che richiede un minimo di tempo in più, rispetto al semplice chiuderli in casa a gruppi di 50 e poi appiccare il fuoco, o al radunare le famiglie sul ponte sulla Drina e poi buttarle di sotto. Arkan, pur non abbandonando mai la pratica omicida, con il tempo preferirà concentrarsi sulla vendita d&#8217;armi ai Paesi sottosviluppati (ne aveva troppe e non sapeva che farsene), il contrabbando, il “saccheggio sistematico delle case di amici e parenti di lavorati emigrati ed ex-emigrati”, tutte attività necessarie a placcare in oro le sue ville, nel <strong>regno mafioso</strong> da lui instaurato.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: small;">Ogni essere umano al mondo inorridisce al pensiero di Arkan.</span></strong></p>
<p><span style="font-size: small;">Alcune delle atrocità che commise sono tali che io per quanto mi riguarda ne rimasi segnato in maniera indelebile al solo venirne a conoscenza, a distanza, e non ne scriverò perchè proprio non mi riesce (e poi ci sono tanti libri).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">E&#8217; un mostro chi compie un genocidio, ed è un mostro allo STESSO livello – sì, non un solo gradino più in basso, sulla scala per gli inferi – chi quell&#8217;orrore <span style="text-decoration: underline;">non</span> prova; chi minimizza, giustifica, cavilla.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Ogni essere umano al mondo inorridisce al pensiero di Arkan. Tranne <strong>uno</strong>.</span></p>
<div id="attachment_772" style="width: 537px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2016/05/sinisa11.jpg"><img class="wp-image-772 size-full" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2016/05/sinisa11.jpg" alt="Un saluto di pace (199... no, 2013)" width="527" height="320" /></a><p class="wp-caption-text">Sloga Sbrina Spasava, un saluto di pace</p></div>
<p><span style="font-size: small;">Siniša Mihajlovic non era solo un suo ammiratore.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Come detto, non era nemmeno solo suo amico: era suo sodale. Parte attiva in quel “concilio ristretto” dove si pianificavano le mosse di quelle bestie affamate che poi sarebbero state liberate nei villaggi dei musulmani di Bosnia.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Siniša Mihajlovic non era solo un suo ammiratore: <strong>lo è ancora</strong>.</span></p>
<div id="attachment_782" style="width: 203px" class="wp-caption alignright"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2016/05/Muslim-Rape-Victim-in-Bosnian-war1.jpg"><img class="size-medium wp-image-782" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2016/05/Muslim-Rape-Victim-in-Bosnian-war1-193x300.jpg" alt="&quot;Le donne non parlino di calcio, non sono adatte&quot;" width="193" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">&#8220;Le donne non parlino di calcio, non sono adatte&#8221;</p></div>
<p><span style="font-size: small;">Molti ne hanno una pessima opinione perchè è un noto <strong>razzista</strong>, xenofobo e misogino. Perchè ha dato del “<em>negro di merda</em>” a Vieira (ma a un calciatore meno famoso aveva già in precedenza gridato “<em>schifosa scimmia negra</em>”); per quel che fece allo “zingaro” Mutu; per le sue parole sulle <strong>donne</strong>, per il suo ottuso ostracismo ad Adem Ljajic che semplicemente “non cantava” le parole di un inno che in effetti non gli appartiene, per tanti gesti che nel complesso dipingono il ritratto di quello che il <strong><i>Guardian</i> </strong>ha definito nientemeno che “the nastiest man in football”.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">E invece no, non è da questi dettagli che ci si deve ritagliare un&#8217;immagine di Mihajlovic. Non è per questo che mi fa schifo. Perchè tutte queste spiacevolezze diventano trascurabili inezie davanti a un uomo (e mi scuso per l&#8217;utilizzo della per lui eccessiva definizione “uomo”) che oggi, nel 2016, definisce il suddetto Arkan “<em>un eroe</em>”. Ratko <strong>Mladic</strong>, “<em>un grande guerriero</em>”. Per questo mi fa orrore: perchè <strong>quando un uomo parla di Srebrenica sapendo dire solo “<em>Per la patria si arriva a fare qualunque cosa</em>”, dovrebbe calare il gelo, fino a penetrarci nelle ossa; se non ci succede, c&#8217;è qualcosa che non va.</strong></span></p>
<div id="attachment_775" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2016/05/siria_children_killed.jpg"><img class="size-medium wp-image-775" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2016/05/siria_children_killed-300x169.jpg" alt="&quot;Un eroe, non lo rinnego&quot; (cit. 2010)" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">&#8220;Un eroe, non lo rinnego&#8221; (cit. 2010)</p></div>
<p><span style="font-size: small;">Ma capisco pure che di primo acchito possa riuscire difficile. Perchè l&#8217;individuo in questione è uno famoso, una star: va <strong>in tv</strong>, volente o nolente ci incappi quotidianamente o quasi su Sky, lo vedi a fare il coglione con Cattelan e le bacinelle; le nostre menti <strong>faticano</strong> ad associare, a uno che in uno studio televisivo luccicante si lamenta per un fuorigioco, l&#8217;immagine del sodale di stupratori, torturatori e pluriomicidi che in effetti è. Come nota anche Dejan Anastasijevic, “<em>le persone non si preoccupano più di un&#8217;affiliazione politica, se sei una stella; finchè hai successo, ti vengono perdonate le tue follie</em>”. Però <strong>questi</strong> sono i fatti; questo è l&#8217;uomo, queste le sue idee. I suoi “<strong>valori</strong>”, quelli che ieri ha affermato riconoscere in quelli del Toro. Dei quali evidentemente <strong>non ha la minima idea</strong>. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Quei valori incarnati nel suo idolo Arkan, la Tigre che fece omaggiare all&#8217;Olimpico dai degni compari Irriducibili; allora Mihajlovic venne spernacchiato a dovere dal<strong>l&#8217;unica curva che di valori ne ha </strong>(ne aveva?)<strong> davvero</strong>, con <strong>lo striscione più bello di sempre</strong>.</span></p>
<p><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2016/05/7-febbraio-2000-onore-al-gatto-silvestro-L-2_o4FV.png"><img class="aligncenter  wp-image-784" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2016/05/7-febbraio-2000-onore-al-gatto-silvestro-L-2_o4FV.png" alt="Onore al Gatto Silvestro" width="360" height="204" /></a></p>
<p><span style="font-size: small;">E oggi, con il suo arrivo <strong>proprio qua</strong>, chi lo saluta gioioso sventolando un fazzoletto non si rende conto che sta in realtà agitando un brandello di quello striscione, che ha <strong>strappato</strong>.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Io tiferò perchè il Toro che tu alleni vinca, io; non tiferò per il tuo fallimento o il tuo esonero, Mihajlovic. Ma <strong>ti disprezzo</strong>.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">SFT,</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Oppi</span></p>
<p><span style="font-size: small;">p.s.: che nessuno mortifichi la propria intelligenza obiettando che “la politica non deve entrare nel calcio” o che “guardo solo l&#8217;allenatore, non l&#8217;uomo”; non quando lui stesso è stato il primo a mischiarle, non quando è stato al centro del progetto che fondeva il calcio con la politica. Come peraltro accade sempre, quando in maniera più stretta e quando più labile, che ne siamo consapevoli o meno.</span></p>
<p>&#8212;</p>
<p><em><span style="font-size: small;">Stante il dibattito che si è ingenerato in merito sui social, superiore per dimensioni a quanto avrei mai potuto immaginare, ai lettori di questo post &#8211; che altro non è se una personale opinione &#8211; segnalo altre fonti per poter disporre di maggior materiale e più numerosi punti di vista per formarsi il proprio. Ovviamente il materiale sull&#8217;argomento è complessivamente abbondantissimo, ma questi sono i suggerimenti dati o ricevuti dai commentatori nel dibattito scaturito da questo preciso post.<br />
</span><span style="font-size: small;">&#8211; Christopher S. Stewart, &#8220;Arkan, la Tigre dei Balcani&#8221;, Alet ed., 2009<br />
</span><span style="font-size: small;">&#8211; Marko Lopušina, &#8220;Komandant Arkan&#8221;, Legenda, 2006<br />
</span><span style="font-size: small;">&#8211; &#8220;Mister Condò, Mihajlovic e i rapporti con la tigre Arkan&#8221;, http://video.sky.it/sport/calcio-italiano/mister_condo_tutti_i_video/p2646.pls<br />
</span><span style="font-size: small;">&#8211; &#8220;Guerra e pace&#8221;, http://www.ultimouomo.com/sinisa-mihajlovic-guerra-pace/<br />
</span><span style="font-size: small;">&#8211; &#8220;Mihajlovic: «Vi racconto la mia Serbia, </span><span style="font-size: small;">prima bombardata e poi abbandonata»&#8221;, http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/rossoblu/2009/23-marzo-2009/mihajlovic-vi-racconto-mia-serbia&#8211;prima-bombardata-poi-abbandonata-1501110975607.shtml<br />
</span><span style="font-size: small;">&#8211; Paolo Rumiz, &#8220;Maschere per un massacro&#8221;, Editori Riuniti, 1996<br />
&#8211; &#8220;Storia: si poteva salvare la Jugoslavia? Il mito delle proteste belgradesi del 9 marzo 1991&#8243;, http://www.eastjournal.net/archives/72718</span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>E&#8217; stato bello</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2015 20:10:09 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2015/07/830488-023-kdAE-U100633833953IIB-620x349@Gazzetta-Web_articolo.jpg"><img class="alignleft wp-image-767 size-medium" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2015/07/830488-023-kdAE-U100633833953IIB-620x349@Gazzetta-Web_articolo-300x169.jpg" alt="830488-023-kdAE-U100633833953IIB-620x349@Gazzetta-Web_articolo" width="300" height="169" /></a></em>&#8220;<em>Un ragazzo serio</em>&#8221; è una delle espressioni che il giornalista sportivo usa praticamente sempre, quando deve scrivere un articolo su un giocatore ancora poco conosciuto, meglio se giovane, e che inizia a mettersi in luce. Di solito, il giornalista lo scrive anche se non lo sa, come sia il ragazzo in questione; e poco importa se non sia vero: tanto, se su di lui si accenderanno le luci della ribalta, se ne accorgeranno tutti da soli molto presto.<span id="more-766"></span></p>
<p>Nel caso di Matteo Darmian, però, quest&#8217;espressione non solo è vera, ma lui ne è proprio l&#8217;incarnazione. Serio quasi a sfiorare il limite della noia, e lo dico con affetto: non si discosta mai dalla linea imposta dal datore di lavoro, non esce mai dal seminato, non rischia. Fuori dal campo. In campo, è lui che semina; ma prima di farlo, ara. Scava solchi. Lungo la fascia &#8211; quale che sia &#8211; con precisione e in maniera infaticabile.</p>
<p>Non starò a descrivere Matteo: lo conosciamo ormai tutti. E tutti siamo felici, di averlo conosciuto; nessuno lo biasimerà per essere andato nel calcio che conta (ops). Resterà simbolo di un Toro che abbiamo amato, fatto di ragazzi come lui, professionali, appassionati, in grado di crescere vistosamente e arrivare in alto &#8211; al Mondiale &#8211; con le sole proprie forze, senza stampa che spinga o parenti immanicati.</p>
<p>Ciao Matteo, e grazie: è stato bello. Sei arrivato timido, lo sei rimasto solo nella vita: in campo sei diventato un leone. Ho preparato<strong> questo breve video qui sotto</strong> perché anche i tuoi nuovi tifosi sappiano quanto sei forte, e perché noi possiamo &#8211; anche se solo in due dimensioni &#8211; rivederti, quando vorremo. In attesa di incrociarci in Champions&#8230;</p>
<p><iframe width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/lT8jFwv2f9U?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Federico Buffa anticipa il &#8221;suo&#8221; Grande Torino</title>
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		<pubDate>Sun, 03 May 2015 20:36:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Domani sera, alle ore 22:45 su Sky Sport 1, Federico Buffa racconta il Grande Torino. Questo il titolo della trasmissione (titolo in realtà dell&#8217;intero ciclo di puntate) che il collega milanese ha realizzato per onorare il &#8220;nostro&#8221; 4 maggio. L&#8217;ho incontrato al Filadelfia, in compagnia dell&#8217;altro collega Marco Parella, mentre i volontari del Museo del [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Domani sera, alle ore 22:45 su Sky Sport 1, <em>Federico Buffa racconta il Grande Torino</em>. Questo il titolo della trasmissione (titolo in realtà dell&#8217;intero ciclo di puntate) che il collega milanese ha realizzato per onorare il &#8220;nostro&#8221; 4 maggio. L&#8217;ho incontrato al Filadelfia, in compagnia dell&#8217;altro collega Marco Parella, mentre i volontari del Museo del Grande Torino (come Paolo Pupillo e Simona Cavallo) facevano nottata con lui per permettergli di realizzare le riprese notturne: dovete ringraziare anche loro, se potrete godervi la serata che si annuncia.<span id="more-757"></span></p>
<p style="text-align: left;">Da parte sua, Federico era sinceramente emozionato. Ha scelto la notte, perché non si immaginava la devastazione che gli si è proposta davanti agli occhi quando ha visto i resti del Tempio: sapeva sì che era demolito, ma non conosceva il grado del disastro, e ha pensato che il buio avrebbe celato almeno un po&#8217; la ferita. Ha a disposizione mezzi enormi, che l&#8217;emittente satellitare gli concede, e una redazione ampia e solerte che lavora per lui. Ma si era documentato enormemente, e ha un talento naturale per il racconto, tanto che &#8211; chi ha presenziato alle registrazioni lo sa &#8211; lavora più &#8220;a braccio&#8221; che non a copione.</p>
<p style="text-align: left;">Questa è una piccola anticipazione che ho raccolto in merito a quello che tutti potremo vedere domani sera. Cose che forse tutti sappiamo già, e forse qualcosa di nuovo; ma non sono mai troppe le occasioni per commuoversi, non è mai abbastanza il bello. Non ci si stanca mai, del Grande Torino.</p>
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		<title>Su Pessotto, la RAI e l&#8217;informazione alla Barbara D&#8217;Urso</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Dec 2014 09:10:20 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Fra le <strong>notizie di apertura del TG1</strong>, la testata un tempo ammiraglia dell&#8217;informazione in Italia e ormai ridotta a bolso e obsoleto contenitore di veline per pensionati amanti del brontolìo (ma che non disdegnano ogni tanto pure qualche semidimenticata tetta), ieri è stato inserito un servizio su un episodio di una gravità assoluta accaduto a margine di una partita di calcio. A Torino, gli “ultrà” dell&#8217;omonima squadra hanno insultato Gianluca <strong>Pessotto</strong>, dirigente della Juventus, dicendo “Suicìdati” a un uomo che effettivamente il tragico gesto ha compiuto – senza riuscire nel pieno intento – pochi anni fa; un&#8217;autentica vergogna, e subito il cuore d&#8217;Italia, da Palermo ad Aosta, si stringeva in un coro di vibrante protesta.<span id="more-747"></span></p>
<p><iframe width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/-m_UgknH7G8?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Oddio, a voler essere pignoli di “servizio” forse non si può parlare, dal momento che si è trattato semplicemente di mandare in onda il video realizzato da un cittadino presente sul luogo, senza che un tecnico Rai ci abbia messo mano in alcun modo. E nemmeno di “notizia” (&#8221;<em>informazione per lo più recente</em>&#8221;, Treccani) dal momento che lo stesso filmato circolava sul web da tre giorni (sì, era accaduto <strong>tre giorni</strong> prima), ma non infieriamo in questo modo sul TG1. Cioè sì, infieriamoci, ma per altre ragioni.</p>
<p>Nella mia modestissima carriera di giornalista ho avuto – e ancora ho – la fortuna di operare accanto ad alcuni colleghi che nutrono un rispetto profondo per la professione che svolgono; un rispetto che sfocia da una parte quasi nel <strong>timore</strong>, dall&#8217;altra quasi nell&#8217;<strong>amore</strong>. Alla materia si accostano con la delicatezza di chi maneggia barre di uranio con le pinze: è <strong>roba potente e pericolosa</strong>. Fa male vederla trattata con superficialità e leggerezza, continua a far male anche se accade ogni giorno; “fa male” nel senso che addolora, e “fa male” nel senso che crea proprio un danno, alle persone, alla società. L&#8217;insegnamento basilare instillatomi (solo con l&#8217;esempio) da questi colleghi è sempre <span style="text-decoration: underline;"><strong>la verifica delle fonti</strong></span>. “Beh, che fonti? C&#8217;è il video!”, mi si dirà, riguardo la “notizia” del tiggì. “Esticazzi”, rispondo io: c&#8217;è un filmato di 75 secondi. Ma <strong>non ci sono le due ore precedenti</strong>.</p>
<p>Rapido excursus per chi mastica poco la materia: chi ama il Toro odia la Juve e chiunque ne indossi i noncolori. Questa legge fa pochissime eccezioni; la prima che ricordano tutti è Gaetano Scirea, la seconda che viene in mente a me è Paolo Montero (forse e sotto certi aspetti). Se poi uno ha vestito la maglia del Toro e quindi si trasferisce sul lato oscuro della forza, per questi non c&#8217;è speranza; lo sa bene Angelo Ogbonna, schifato come pochi al mondo da quando ha fatto quella scelta. Eppure, anche qui, ricordo di uno – e in effetti, a memoria, uno solo – che è sfuggito alla regola, un solo uomo che è passato da qui a là garantendosi un rispetto immutato: proprio Gianluca Pessotto. Che pure dalla parte giusta del Po ha vissuto un solo anno. Alla partita per il 50° della Sciagura di Superga, quando ogni club di A mandò due tesserati a giocare contro il Toro, la Maratona fischiò lo juventino Baggio, ma concesse applausi e saluti a quell&#8217;umile terzino. Precisazione dovuta.</p>
<p>Seconda precisazione: conosco Pessotto. E caso vuole che abbia avuto modo di creare un rapporto non in quanto giornalista sportivo, ma nella mia precedente vita professionale, quella di educatore. Era il 2003 quando venne – senza alcun tipo di pubblicità, probabilmente non lo disse a nessuno – a trovare i ragazzi della comunità in cui lavoravo; adolescenti percossi brutalmente dalla vita, in mezzo ai quali lui si calò quasi senza farsi notare, passando una giornata a chiacchierare con loro, pochissimo di calcio, sorridendo e facendo sorridere; la cosa si ripeté altre due o tre volte, doveva esserci un suo collega ad accompagnarlo ma poi si ritrovava sempre da solo. Ma non mancava; <strong>la persona è questa</strong>, e nemmeno i lunghi anni a entrare e uscire dai cancelli di Mordor l&#8217;avevano trasformato in orco, lasciandolo invece quella sorta di hobbit benevolo che era sempre stato.</p>
<p><strong>Purtroppo il settore giovanile della Juventus non viene gestito interamente da lui</strong>, di certo non sotto l&#8217;aspetto educativo dei ragazzi che lì crescono; altrimenti, quando rimontarono al 90&#8242; da 0-2 a 2-2 il derby dello scorso anno (una partita trionfale per lo sport, senza tensioni di sorta ad offrire attenuanti), quei giovani atleti avrebbero festeggiato alzando le braccia al cielo o abbracciandosi l&#8217;un l&#8217;altro, non così:<br />
<a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/12/gobbi.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-748" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/12/gobbi.jpg" alt="gobbi" width="550" height="384" /></a></p>
<p>Non è più grave quando sono loro “che dovrebbero dare l&#8217;esempio” (cit. vecchio trombone qualsiasi), <strong>in campo</strong>, ad assumere questi atteggiamenti, rispetto a quando lo fanno dei tifosi sugli spalti? <strong>Non sarebbe stato un servizio efficacissimo per il TG1</strong>, quello sui rampanti virgulti che già a quest&#8217;età si comportano in questo modo e quindi figuriamoci quando saranno grandi e miliardari cosa dobbiamo aspettarci e allora poi signora mia non dobbiamo stupirci se gli ultrà etc etc? Un peccato non ci abbiano pensato (p.s.: per la cronaca, nel recupero comunque vinse il Toro 3 a 2). Ma magari è un saluto tradizionale di quel popolo, visto che <a title="Piero Fassino contestato duramente dai tifosi del Toro al Filadelfia risponde con il gesto del dito medio – video" href="http://www.quotidianopiemontese.it/2014/05/05/piero-fassino-proposto-de-benedetti-come-candidato-presidente-repubblica-contestato-duramente-dai-tifosi-toro-filadelfia/" target="_blank">anche Piero Fassino lo rivolse alla medesima gente.</a></p>
<p>La stracittadina di sabato, invece, è stata caratterizzata da molto nervosismo, fin dal fischio d&#8217;inizio. Capita, in molte partite e in particolare nel derby; nulla di insolito. Ma <strong>poi succede qualcosa di grave</strong>. Inciso per gli occasionali: le gare dei settori giovanili sono da sempre seguite con grande passione da parte del pubblico di fede torinista, molto meno dai rivali bianconeri; i granata si presentano in massa a seguire i ragazzi, e le tribune – sia in casa dell&#8217;una che dell&#8217;altra – sono normalmente per almeno ¾ riempite dai primi. Cos&#8217;è accaduto, dunque? <strong>No, non parlo degli insulti a Pessotto</strong>: sto andando alla fonte, appunto. Accade che <strong>i giocatori della Juventus</strong>, alla fine di un match tirato che vincono per 1 a 0, trovino un nuovo modo curioso di gioire: <strong>accorrono sotto il settore occupato dai sostenitori del Torino, sbeffeggiando i tifosi</strong>.</p>
<p>Personalmente,<strong> vedere dei 17/18enni che si comportano in questo modo fa salire il sangue al cervello</strong>. Non da <em>tifoso</em>: da <em>genitore</em>. Improvvisamente mi trovo vicino col cuore all&#8217;ascoltatore medio del tiggì, che questi giovini di oggi san mica più cos&#8217;è l&#8217;educasione. Comunque sia: gestacci, esultanze teatrali, prese per i fondelli verso il pubblico pagante; quest&#8217;ultimo si incazza com&#8217;é normale che sia, qualcuno pensa anche di scavalcare la recinzione per testare la resistenza di tanta spavalderia in assenza di cancellata metallica, ma ha ancora la forza d&#8217;animo e il <strong>buonsenso</strong> di desistere. I giocatori del Toro pure tracimano rabbia verso gli strafottenti colleghi e <strong>si accende il parapiglia</strong>, i dirigenti di casa cercano di far capire come ci si comporta (nel video dello scandalo si vede e si sente – minuto 00:17 – Moreno Longo che con fare paterno accompagna fuori il bianconero Soumah dicendogli “<strong>Devi però imparare ancora tante cose&#8230;</strong>”, un passaggio che i tecnici Rai hanno scordato – e mica possono fare tutto loro), quelli juventini si affrettano a far sì che tutti lascino il campo, mentre a un gruppetto di tifosi di casa, sfottuti senza vergogna dai ragazzini che pure li avevano sconfitti, non resta che lanciare impotenti gli ultimi vagiti della propria rabbia verso il campo ormai quasi deserto.</p>
<p>In quel momento, però, <strong>mentre tutti accelerano il passo per chiudere un pomeriggio non edificante, ecco che il più mite ed educato dei dirigenti della Juventus commette un grossolano errore</strong>. Pessotto è quella persona prima descritta, ma a tutti può capitare un attimo sballato, un nervo che non si riesce a coprire in tempo, una parola di troppo nel momento più sbagliato; succede a lui. A lui, che passando davanti al manipolo frustrato dei granata, pur con tutta l&#8217;esperienza di stadio che ha <strong>si gira verso di loro (che non se lo filavano) e li zittisce: “Ma piantatela!”, per poi rincarare, diretto a uno in particolare: “Piantala&#8230;piantala&#8230;!”</strong>. Non servivano certo ulteriori scintille a chi aveva subito il danno e la beffa, e ovviamente Pessotto a quel punto viene ricoperto di insulti, l&#8217;istinto porta a un iniziale “vaffanculo merda”, per poi circostanziare con maggior lucidità la <strong>cattiveria</strong> verso gli elementi offerti dal soggetto in questione: il tentato suicidio del 2006, e quindi “devi morire”, “buttati”, e appunto “suicidati”.</p>
<p>Il tutto gridato da quei tre, quattro (esageriamo? Dieci) da lui inopportunamente zittiti. Sbagliato? Certo. Brutto? Molto. Censurabile? Ma sì, bisogna pure rispondere? <strong>Disdicevole</strong>.</p>
<p>Ma <strong>a me interessa altro</strong>. <strong>Come possiamo definire invece l&#8217;informazione Rai sull&#8217;accaduto?</strong> Parziale? Lacunosa? Fuorviante? Sicuramente buonista. Ma il marcio, così come a Venaria non era solo da parte granata, anche nell&#8217;esposizione giornalistica dell&#8217;episodio non sta solo in viale Mazzini. Non si contano, infatti, le testate (tv, web, e quant&#8217;altro, blog compresi) che hanno rilanciato la facile “vergogna!”. Non se ne trova invece <strong><span style="text-decoration: underline;">nessuna</span> </strong>che offra la ricostruzione completa dell&#8217;accaduto. <strong>Non si tratta di offrire chiavi di lettura diverse, o di proporre interpretazioni alternative</strong> (quello lo farò io – e lo annuncio – in chiusura); <strong>si tratta di <span style="text-decoration: underline;">raccontare tutto</span></strong>. Il minimo comun denominatore della professione, cribbio.</p>
<p>Per finire, dunque: la notizia, <strong>quand&#8217;anche fosse stata trattata correttamente, meritava i titoli di apertura del TG1 e più in generale la enorme eco generata sui media italiani?</strong> Non voglio rispondere, già stasera su Twitter sentivo argomentare in risposta a qualche mia osservazione che “succederanno anche cose più gravi ma non è il caso di fare classifiche, e comunque non renderebbero meno grave l&#8217;episodio”. Vero, sono d&#8217;accordo; bando al benaltrismo, sempre. Ma <strong>penso che invece una scala di valutazione sarebbe opportuno che una redazione giornalistica l&#8217;avesse</strong>, al proprio interno, e anche piuttosto chiara. Una policy. Perchè se<strong> 5 persone</strong> (non si minimizza in nessun modo: tante sono, visto che “c&#8217;è il video!” basta contarle) che commettono questo fatto assolutamente inaudito nel panorama calcistico internazionale (ben 34 secondi di improperi) meritano i titoli di apertura, allora uno stadio gremito da 40000 individui che espone uno striscione di 55 metri che insulta la memoria e le famiglie di 32 morti (“bla bla etc etc, <em>&#8230;solo uno schianto</em>”) richiede un&#8217;<strong>edizione straordinaria</strong>. Ma non ricordo sia avvenuto.</p>
<p><img class="alignleft wp-image-749 size-medium" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/12/Toro-300x225.jpg" alt="Toro" width="300" height="225" />Non ricordo<strong> nemmeno un titolo d&#8217;apertura</strong> per ben tre altri grandi striscioni in una volta sola (mica poco!), solo un anno fa, stesso oggetto (“<em>Quando volo penso al Toro</em>”, con tanto di bel disegno artistico di <strong>un aereo che precipita</strong>); neanche ho visto un <strong>servizio</strong> per “<em>Granata lebbrosi solo Superga vi ha reso famosi</em>”. Neppure ricordo un Francesco Giorgino qualsiasi dire <strong>anche solo due parole</strong> su “<em>Superga e Baretti due schianti perfetti</em>”, sputando così anche sulla tomba di un vostro collega, e innumerevoli altri. Non è benaltrismo, è voglia di comprendere certe scelte. Mi pare di non aver visto manco un&#8217;agenzia quando, pochi mesi fa, la <strong>lapide</strong> eretta laddove perse la vita il giovane Gigi Meroni venne sfregiata con un “Forza Juve” (alla viglia del derby); io mi indignai parecchio, sì, ma<strong> forse la mia scala morale è tarata male</strong>. Già, sì, anche la lapide dei caduti alla stessa Superga fu<strong> imbrattata e offesa</strong>; ricordate quel giorno il toccante editoriale di Giovanni Orfeo? No? Stranamente neanch&#8217;io.</p>
<p>Un&#8217;indecenza non rende buona un&#8217;altra indecenza, ci mancherebbe. E infatti, solo di giornalismo mi limito a parlare, non do giudizi altri. Faccio presente però ancora a mamma Rai che, <strong>anche solo restando al buon Pessotto, si registrano infiniti e purtroppo continui episodi analoghi ma su scala ben più grande</strong>, quasi ogni domenica negli stadi! Non 5 tifosi peraltro provocati direttamente, ma intere curve. Personalmente, ricordo in maniera distinta il pubblico di Parma intonare cori sull&#8217;auto di Bettega dove cadde l&#8217;ex giocatore quando si tuffò dal tetto; quelli del Milan, Bologna, addirittura con striscioni dedicati; quelli dell&#8217;Inter, e questo solo per limitarmi a quanto visto di persona negli stadi che ho girato. Non ho visto niente in Rai, e niente in rete. Ma&#8230;un momento:<strong> la Rai è la stessa che ieri l&#8217;altro a commentare Juventus-Napoli aveva come ospite in studio <em><span style="text-decoration: underline;">Luciano Moggi</span></em>?</strong> &#8230;Benissimo. Prendo la mia scaletta morale, la faccio a pezzi e la butto nella stufa, ché fa un freddo cane.</p>
<p><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/12/striscioni-contro-pessotto-milan-parma-bologna.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-750" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/12/striscioni-contro-pessotto-milan-parma-bologna.jpg" alt="striscioni contro pessotto - milan, parma, bologna" width="729" height="526" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Nel limbo</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2014 08:00:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[bino]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Non ti era bastato, il casino che avevi fatto arrivando. Quando mi avevi fatto fare la corsa notturna che a me sembrava la più inutile di sempre, perchè a cosa serve correre se tanto al traguardo non c&#8217;è più nessuno che ti aspetta? Né tu, né la mamma. Invece c&#8217;eravate. C&#8217;eri. Ma forse hai pensato [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Non ti era bastato, il casino che avevi fatto arrivando. Quando mi avevi fatto fare la corsa notturna che a me sembrava la più inutile di sempre, perchè a cosa serve correre se tanto al traguardo non c&#8217;è più nessuno che ti aspetta? Né tu, né la mamma.</p>
<p>Invece c&#8217;eravate. C&#8217;eri. Ma forse hai pensato che io non ti avessi notato come meritavi. E avevi ragione, sai; papà non stava molto bene, ora va meglio anche grazie a te, ma in quel momento riuscivo solo in parte a rendermi conto della meraviglia che ci era capitata. Hai scelto me, che non ti guardavo poi così tanto, per far arrivare il messaggio: “Scusate, io sto male, ho bisogno di voi”. Resto dell&#8217;idea che avresti potuto <span id="more-723"></span>scegliere un altro modo per attirare la mia attenzione, monello&#8230;</p>
<p>La mia lunga convivenza con il respiro mozzato mi ha fatto vedere quel che tu volevi vedessi, ossia che quella domenica notte la tua cassa toracica da passerotto si contraeva in maniera innaturale. Al pronto soccorso, poche ore dopo, sei arrivato in tempo per poterla raccontare (un giorno; ora non sei ancora capace a dire altro che “memememe”), ma non per salvare il tuo polmone. Avevi un mese ma era come fossi nato il giorno prima, tanto eri prematuro, minuscolo.</p>
<p>Così siamo entrati nel mondo della RIA, che non è una strana azienda ma il reparto di rianimazione pediatrica. Un posto diverso. Diverso da tutto.</p>
<p>Perchè ci sono posti dove c&#8217;è vita, tanti. Altri dove non ce n&#8217;è.<br />
Qui è il posto delle vite sospese: il <strong>limbo</strong>.<br />
Vite di pochi giorni, o al massimo di pochi anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un&#8217;amica che le conosce bene ci aveva detto che il personale che lavora lì dentro è noto nell&#8217;ambiente per essere freddo, distaccato, rispetto agli infermieri di altri reparti; in parte è vero (non sempre), ma è a dir poco comprensibile: è l&#8217;unico modo per restare umani in un luogo così, io mi sono sentito stracciare il cuore più volte in un mese di permanenza.</p>
<p>Lì scopri cose che non immaginavi e che preferivi non immaginare. Se come tanti hai sempre detto a te stesso che la malattia di un bambino è “un&#8217;ingiustizia”, perdi semplicemente le definizioni quando vedi cuccioli cui la natura ha fatto delle cose troppo assurde, troppo crudeli per essere vere. E invece sono lì, tuoi vicini di lettino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ti hanno infilato tanti di quei tubicini, Bino. Mamma una sera li ha contati: erano 16. Ti tenevano in vita.</p>
<p>Dopo qualche giorno sembrava peggiorassi ancora, non bastava mai l&#8217;ossigeno, il polmone non dava segni di risveglio, tu nemmeno. Ti potevo solo sfiorare con due dita, dopo i mille lavaggi che la rianimazione impone; e ti parlavamo, ti cantavamo le canzoni. Mamma molto più di me, io facevo quel che le mie condizioni mi permettevano.</p>
<p>Tenevo costantemente sott&#8217;occhio gli indici sui monitor di tutte le macchine cui eri collegato, col batticuore dell&#8217;ignoranza a mille, con l&#8217;incubo della <em>saturazione</em>.</p>
<p>Eri minuscolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un&#8217;ora di pullman per venire da te, un&#8217;altra per tornare a spiegare a Ernesto perchè quel cosino atteso per un tempo infinito era appena arrivato ed era subito sparito; anche lui, come me ma per altri motivi, quasi non si era accorto di te.</p>
<p>Hai scelto me anche per riaprire gli occhi (grazie). Li hai riaperti su un papà diverso, stanco, piegato, sempre più grosso: ma intanto era diventato davvero <em>tuo papà</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>

<a href='https://rotta.me/nel-limbo/20140330_083350/'><img width="150" height="150" src="https://rotta.me/wp-content/uploads/2014/10/20140330_083350-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Dove cavolo sono finito?" /></a>
<a href='https://rotta.me/nel-limbo/20140330_083351/'><img width="150" height="150" src="https://rotta.me/wp-content/uploads/2014/10/20140330_083351-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Dove CAVOLO sono finito?" /></a>

<p>&nbsp;</p>
<p>Non scorderemo mai quel mese, anzi a volte facciamo – specie mamma, che l&#8217;ha vissuto di più – fatica a scrollarcelo di dosso. Tu non lo sai più, sei diventato biondo, bello e grasso come un suino, ridi sempre e sei<em> l&#8217;immagine della salute</em>, come dicono le vecchiette qui sotto.</p>
<p>Sei mesi fa proprio oggi lo lasciavamo, quel posto. Dove abbiamo visto le vite in sospeso nei lettini, ma anche accanto: famiglie che, magari bloccate lì per mesi e mesi – come quella della bimba che era in stanza con noi -, erano di fatto disunite, con un genitore sempre via, un fratello a casa che si sente (lo è) solo. Abbiamo visto cose brutte. La sensazione straniante di toccare con i miei occhi al pomeriggio le notizie di cronaca che al mattino avevo diffuso per lavoro. Michela, che sentirà per sempre risuonare l&#8217;urlo del ragazzino cui hanno appena detto tutta la verità.</p>
<p>Fuori da quel limbo, ce n&#8217;è un altro: quello di chi <em>non può entrare</em>. In RIA ci sono norme rigide per l&#8217;accesso, movimenti controllati, un genitore solo e possibilmente nemmeno sempre. Fuori, che nemmeno il corpicino incosciente si può vedere, quel turbine di amore doloroso che c&#8217;è nel petto si riversa sui muri. Venti metri, su due lati, per tre di altezza, senza un centimetro libero: fa una certa impressione. Italiano, arabo, ebraico, spagnolo, romeno, inglese, cinese. La gran parte dicono “<em>tieni duro</em>”, declinato in cento forme; molti ringraziano la tale dottoressa, il tale infermiere; parecchi si rivolgono a Dio. Ci sono i messaggi più brutti, i “<em>di nuovo qui</em>”; e tutti quelli di gioia, i “<em>che bello, ce l&#8217;abbiamo fatta, si torna a casa</em>”. E poi ci sono quelli che hanno trovato la forza, non so dove, per un saluto: “<em>Ciao alla stellina più luminosa che da oggi brilla nel cielo</em>”.</p>
<p>Sono tanti. Noi siamo usciti.</p>

<a href='https://rotta.me/nel-limbo/20140319_103109/'><img width="150" height="150" src="https://rotta.me/wp-content/uploads/2014/10/20140319_103109-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="20140319_103109" /></a>
<a href='https://rotta.me/nel-limbo/20140319_103134/'><img width="150" height="150" src="https://rotta.me/wp-content/uploads/2014/10/20140319_103134-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="20140319_103134" /></a>
<a href='https://rotta.me/nel-limbo/20140319_103139/'><img width="150" height="150" src="https://rotta.me/wp-content/uploads/2014/10/20140319_103139-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="20140319_103139" /></a>
<a href='https://rotta.me/nel-limbo/20140319_103149/'><img width="150" height="150" src="https://rotta.me/wp-content/uploads/2014/10/20140319_103149-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="20140319_103149" /></a>
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<p>p.s.: quasi inutile, ma doveroso, sottolineare l&#8217;altissimo livello delle strutture e del personale medico con cui abbiamo convissuto. Anzi colgo l&#8217;occasione per scusarmi con loro: per allungarmi a guardare da vicino il visino di Bino (non potevo baciarlo), mi sono&#8230;appoggiato con le mani su una spondina del lettino, e inspiegabilmente questa non ha retto al mio dolce peso. L&#8217;ho rabberciata e ho taciuto vigliaccamente, per poi scoprire da Michela che un&#8217;infermiera era stata (bonariamente) accusata al mio posto. D&#8217;oh  :-[</p>
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		<title>Rnk Split: con una Storia così, almeno non chiamatela &#8221;seconda squadra&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Aug 2014 15:01:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Dodici anni ci sono voluti per liberare le narici dal pur paradisiaco odore di bagnacaoda (e dall&#8217;assai meno gradevole puzzo che da Vinovo e Venaria ci stringe nella soffocante morsa dei vicini di casa) e tornare ad annusare un&#8217;aria internazionale, europea; dodici anni, e tanta attesa ci ha per lo meno tributato la cortesia di [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>Dodici anni</strong> ci sono voluti per liberare le narici dal pur paradisiaco odore di bagnacaoda (e dall&#8217;assai meno gradevole puzzo che da Vinovo e Venaria ci stringe nella soffocante morsa dei vicini di casa) e tornare ad annusare un&#8217;aria internazionale, europea; dodici anni, e tanta attesa ci ha per lo meno tributato la cortesia di farci trovare, sulla nostra strada, due avversarie non comuni. Brommapojkarna IF e RNK Split non saranno nomi onusti di glorie, ché quelli magari (sgraat) li incroceremo più avanti, nei prossimi mesi; ma decisamente non sono due società come tutte le altre.<span id="more-709"></span></p>
<div id="attachment_710" style="width: 266px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/5145743813cf5712c0e38fa3d7039727-59048-1379257924.jpeg"><img class=" wp-image-710" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/5145743813cf5712c0e38fa3d7039727-59048-1379257924.jpeg" alt="Il suddetto simpaticone" width="256" height="170" /></a><p class="wp-caption-text">Il suddetto simpaticone</p></div>
<p style="text-align: left;">Degli svedesi <a title="CHI SONO I RAGAZZI DI BROMMA E PERCHÈ NON SONO TIPI QUALUNQUE" href="http://rotta.me/brommapojkarna-presentazione/" target="_blank">si è già detto prima di incontrarli</a>, e pure lo Split qualcosa in comune con loro ce l&#8217;ha: il fatto di essere sopra ogni cosa una <em>scuola</em>. <strong>Prima di tutto un grande vivaio</strong>, poi una società di professionisti. Ultima stellina in ordine di tempo uscita dall&#8217;accademia spalatina: <strong>Ante Rebić</strong>, nazionale croato reduce dai Mondiali, quel simpaticone che all&#8217;ultima di campionato, con la maglia della Fiorentina, segnò un gol e si impegnò come un pazzo per impedirci di essere qui oggi a incontrare la squadra che l&#8217;ha cresciuto.<br />
I giovani sono la sua linfa da sempre, insieme alla rabbia che scorre nelle vene; sintetizzare un po&#8217; della storia unica di questa realtà, con l&#8217;aiuto dello splendido collega Kramarnic, vale la pena. Leggete, se vi piace il calcio che si intreccia con la Storia e gli uomini.</p>
<div id="attachment_712" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/800px-Anarh.jpg"><img class="wp-image-712 size-medium" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/800px-Anarh-300x192.jpg" alt="La prima formazione. Se vi sembrano adolescenti, è perchè lo sono" width="300" height="192" /></a><p class="wp-caption-text">La prima formazione. Non sembrano adolescenti, lo sono</p></div>
<p style="text-align: left;">Nel 1906, proprio mentre sotto la Mole nasceva una certa squadra, lì era tutta campagna, ma specialmente era tutto impero austro-ungarico. Un gruppo di ragazzi spalatini che studia a Praga scopre qui il gioco del pallone e se ne innamora. Sono giovani uniti da un ideale comune: l&#8217;<strong>anarchia</strong>. Proprio per questo non interessa loro assegnare alla squadra che creano i crismi dell&#8217;ufficialità. Tutto cambia dopo che, quando erano già rientrati in città, viene invece fondato l&#8217;<strong>Hajduk</strong>; “quelli lì” non suscitano nei nostri amici una particolare simpatia, e i ragazzi capiscono che, se vogliono provare a sfidarli, devono fondare ufficialmente il proprio club. Lo farebbero l&#8217;indomani, se potessero, ma la burocrazia non sembra volerli agevolare troppo; sarà forse perchè il nome che vogliono registrare per la società, “<em><strong>Anarh</strong></em>”, non fa impazzire di gioia le segreterie imperiali? Dico forse, eh.</p>
<p style="text-align: left;">Ci mettono <strong>un anno a completare la pratiche</strong>, ma – approfittando di un grande sciopero degli studenti – ce la fanno. Il primo presidente, Šimun <strong>Rosandić</strong>, ha <strong>18 anni</strong>. Tutt&#8217;ora è conservato il foglio su cui scrisse le motivazioni per la fondazione del club:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: left;">Noi alunni della Scuola Artigianale abbiamo deciso di fondare un club calcistico. Giochiamo per diletto, ma anche in segno di protesta contro ogni male. Il nome l&#8217;abbiamo scelto perchè ci pareva il migliore, perchè racchiude in sé anche qualcos&#8217;altro; cosa? Ebbene, almeno a questo ci pensino gli altri!</p>
</blockquote>
<p style="text-align: left;">Fantastico. Vergato con tutta evidenza da ragazzi giovani, molto ironico, modernissimo.</p>
<div id="attachment_713" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/Split_30-ih_godina.jpg"><img class="size-medium wp-image-713" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/Split_30-ih_godina-300x170.jpg" alt="La prima maglia: colore, nero anarchia" width="300" height="170" /></a><p class="wp-caption-text">La prima maglia: colore, nero anarchia</p></div>
<p style="text-align: left;">Le altre società però iniziano a far loro terra bruciata intorno. Non accettano di giocare con loro, che sono invisi al regime. Ma tanto, tempo due anni e tutto viene bruciato dalla Guerra.<br />
Quando finiscono di cadere le bombe, il mondo non è più lo stesso. Non sono più gli stessi gli uomini e le loro <strong>istanze</strong>; si affievolisce la fiaccola dell&#8217;anarchia, la popolazione che gravita intorno all&#8217;Anarh ormai <strong>si identifica sempre più col movimento operaio</strong>, e tutti i soci non vogliono solo fare calcio ma promulgare le comuni idee. Non sono più gli stessi i Balcani, dove nasce una nuova Nazione dal nome facile-facile: “<strong>Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni</strong>”. Succede che intanto la prima partita dell&#8217;Anarh, avversaria l&#8217;Hajduk, non vada benissimo: 11 a 0. Ci credereste, però, che quella dopo va anche peggio?</p>
<p style="text-align: left;">Siamo nel 1919, gli avversari di sempre si portano in vantaggio, i “<strong><em>rossi</em></strong>” (ormai li chiamano tutti così, e non solo per il colore della divisa) pareggiano ma l&#8217;arbitro annulla per un <strong>fuorigioco</strong> che nemmeno i difensori avevano chiesto o visto, seguono altri episodi dubbi finchè i giocatori dell&#8217;Anarh, supportati in questo dal proprio rumoreggiante pubblico, decidono addirittura di <strong>abbandonare il campo</strong>. Ora sono quelli dell&#8217;Hajduk a protestare: rissa, botte da orbi in ogni parte del campo, i <strong><em>Crveni đavoli</em></strong> (&#8220;Diavoli Rossi&#8221;, i tifosi dello Spalato) iniziano a partecipare, a un certo punto la situazione sembra risolversi con una soluzione che solo qui potrebbe funzionare: <strong>nel bel mezzo del campo viene indetto un comizio politico</strong> per il quale magicamente tutti si fermano. Poi, proprio le parole dette dall&#8217;improvvisato palco non piacciono a tutti e danno il “la” ad altri pugni in faccia, fino all&#8217;<strong>intervento della polizia</strong>.</p>
<p style="text-align: left;">La partita non verrà mai conclusa,<strong> la dirigenza viene convocata dal capo delle forze dell&#8217;ordine croate</strong> il quale la accusa di voler fare politica e non sport, e chiede lo scioglimento della società. Rissa in commissariato (stavolta solo verbale), che si chiude alla fine con una decisione diversa: “<em>Dovete cambiare quel vostro nome</em>”. L&#8217;Anarh manda giù il rospo, e siccome con i nomi ci sa fare, si chiamerà “<em><strong>Jug</strong></em>”, come suggerimento alla politica perchè pensi magari a chiamare “<em>Jugoslavia</em>” il nuovo Paese, anziché usare il pur agevolissimo (!) “Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni”. Nel giro di pochi anni, per la cronaca, il suggerimento verrà ascoltato.</p>
<div id="attachment_717" style="width: 872px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/split.jpg"><img class="wp-image-717 size-full" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/split.jpg" alt="Gallery dell'evoluzione dei loghi ufficiali dello Split" width="862" height="158" /></a><p class="wp-caption-text">Gallery dell&#8217;evoluzione dei loghi ufficiali dello Split</p></div>
<p style="text-align: left;">Intanto la nuova-vecchia società si riorganizza per bene, e per la prima volta trova anche una vera sede societaria; nella Casa degli Operai,<em> ça va sans dire</em>. Il primo torneo regionale viene vinto dallo Jug davanti ai rivali cittadini, bomber è un dalmata italiano: Tomo Madirazza. Seguiranno 11 campionati regionali consecutivamente vinti dall&#8217;Hajduk, con lo Jug quasi sempre secondo, ma le cose per lo meno sembravano finalmente tranquille. Senonché, prendeva sempre più piede in alcuni ambienti un certo<strong> sentimento anti-comunista</strong>. Sentimento che serpeggiò per le strade, fino a concentrarsi proprio sullo Jug; alle <strong>persecuzioni giudiziarie</strong> fecero seguito violenze vere e proprie, fino alla<strong> drammatica nottata del 20 luglio 1921, quando la storica sede di via Plinarska venne data alle fiamme. Non si salvò nulla</strong>, e la polizia stette a guardare senza intervenire.</p>
<p style="text-align: left;">A questo, fecero seguiti <strong>divieti di lavoro</strong> per i dirigenti e altre vessazioni. Dopo aver ucciso lo Jug, volevano assicurarsi che le ceneri fossero del tutto spente.<br />
Invece, incredibilmente, la creatura <span style="text-decoration: underline;">non era morta</span>.</p>
<p style="text-align: left;">Chi rimase cercò di fondersi con lo Slavija, ma glielo impedirono; alla fine lo fecero con lo Split, squadra di studenti: ma anche questa venne martoriata di provvedimenti, sconfitte a tavolino e quant&#8217;altro, fino al manifesto <strong>divieto di partecipare a qualsiasi competizione</strong>. Allora dirigenti e giocatori emigrarono nel Borac, che per un paio d&#8217;anni <strong>vinse tutte le partite tranne quelle con l&#8217;Hajduk, le quali finivano regolarmente 0-3 all&#8217;andata e al ritorno. Non sul campo, ma a tavolino</strong>: c&#8217;era sempre una qualche cervellotica irregolarità che determinava questo risultato. Anche le altre società cittadine (dal Dalmacija allo Hašk) pian piano non ne poterono più: nel 1928, l&#8217;Hajduk vinse il campionato perchè&#8230;era l&#8217;<em>unica partecipante</em>!</p>
<div id="attachment_714" style="width: 256px" class="wp-caption alignright"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/sloveni.jpg"><img class="size-full wp-image-714" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/sloveni.jpg" alt="Gli slavi alla Guerra di Spagna" width="246" height="246" /></a><p class="wp-caption-text">Gli slavi alla Guerra di Spagna</p></div>
<p style="text-align: left;">Alla fine, gli oppositori degli egemoni cittadini e regionali si riorganizzarono, in un nuovo <strong>Split</strong>. Che subì nuove ingiustizie: vennero cambiate in corsa le regole dopo che <strong>per la prima volta si erano qualificati al Campionato Nazionale, nel 1933</strong>. Delusione troppo grande da smaltire, <strong>alcuni giocatori lasciano il calcio e si arruolando volontari in Spagna per combattere contro i franchisti</strong>. Tra quelli che rimangono, <strong>in sei chiedono per la prima volta un compenso</strong>, “<em>come tutti</em>”; la risposta: “<em>Noi siamo socialisti!</em>”, <strong>espulsi</strong> dal club. Un club che nel 1939 trova per la <strong>seconda volta</strong> la qualificazione al Nazionale. Ma non parteciperà mai al campionato, perchè in quei mesi la Jugoslavia e il mondo intero avevano altro a cui pensare. E i dirigenti dello Spalato pensarono che quel che stava accadendo era<strong> troppo serio</strong> per il semplice calcio: <strong>unici al mondo, sciolsero volontariamente il club</strong>. L&#8217;Hajduk, tanto per fare un esempio, non smise mai di giocare.</p>
<div id="attachment_715" style="width: 156px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/Tito.jpg"><img class="wp-image-715 size-full" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/Tito.jpg" alt="Tito" width="146" height="207" /></a><p class="wp-caption-text">Josip Broz aka Tito</p></div>
<p style="text-align: left;">Tutti i dirigenti e i calciatori dello Split si unirono ai partigiani di Tito (senza peraltro esservi amici, nè prima nè dopo). <strong>Tutti</strong>.<br />
Fra i non moltissimi che tornarono quando fu firmata la pace, subito si volle fare rinascere la società, che abbandonò pure i dissapori con l&#8217;Hajduk diventandone amica. <strong>Nel 1957 arriverà la tanto sospirata promozione in prima serie</strong>, tre anni dopo ecco la seconda, con i rossi che erano veramente <strong>dei dilettanti in mezzo ai professionisti</strong>. Ma entrambe furono apparizioni brevi con retrocessioni amare dal retrogusto di <em>pastetta</em>: nel primo caso scesero per differenza reti con l&#8217;avversaria di turno che all&#8217;ultima di campionato avrebbe dovuto farne 4 e – guarda un po&#8217; – li fece, mentre nel 1961 ci fu un biscotto per mandarlì giù di un solo punto.</p>
<p style="text-align: left;">La società si demoralizzò per questi avvenimenti, le cose andarono di male in peggio: a inizio anni &#8217;70 finì in terza serie, mentre nel 1981 conobbe perfino l&#8217;<strong>umiliante retrocessione in quarta</strong>. Tornata in seconda, nel &#8217;91 alla nascita del campionato croato – dopo l&#8217;indipendenza dichiarata dal Paese – avrebbe dovuto iniziare nella Serie A della ritrovata patria post-jugoslava, secondo il piazzamento della stagione precedente, ma considerazioni geo-politiche fecero decidere la nuova federazione per un&#8217;altra società (l&#8217;Istra): <strong>ennesima ingiustizia per i rossi</strong>, che di nuovo rotolarono in basso, fino a toccare il fondo: sarebbe a dire, <strong>fino alla quarta serie croata</strong>. Poi, nel <strong>2006</strong>, mentre il Toro risorgeva dalle proprie ceneri, altrettanto faceva lo Spalato, che sfiorava la promozione e la centrava l&#8217;anno dopo.</p>
<p style="text-align: left;">Stagione 2007/2008: vittoria del campionato di quarta serie; 2008/2009: vittoria del campionato di terza serie; 2009/2010: vittoria del campionato di seconda serie e prima volta nella Serie A croata. E che esordio: stavolta niente retrocessione, anzi,<strong> terzo posto</strong>, a soli due punti dall&#8217;Hajduk!, e qualificazione ai preliminari di Europa League! Un sogno a occhi aperti, interrotto solo al terzo turno contro il Fulham. Nell&#8217;anno del centenario, lo Split arriva quarto, l&#8217;anno dopo quinto ma con un risultato da orgasmo: <strong>pari punti in classifica con l&#8217;Hajduk</strong>. Siccome però una è quella baciata dalla dea bendata e l&#8217;altra da quella che ci vede benissimo, in coppa ci vanno i cugini ricchi per appena 2 gol di differenza reti.</p>
<div id="attachment_716" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/split_fulham23-280711.jpg"><img class="size-medium wp-image-716" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/08/split_fulham23-280711-300x188.jpg" alt="Split-Fulham" width="300" height="188" /></a><p class="wp-caption-text">Split-Fulham</p></div>
<p style="text-align: left;">E oggi, ecco di nuovo in EL la società rossa guidata dai fratelli Žužul (presidente e vicepresidente), che nella storia ha formato calciatori e allenatori diventati grandi altrove (come i più grandi di sempre della Croazia, Tomislav Ivić e Mirko Jozić) e che nella sua vita <strong>si è presa tanti di quegli sganassoni in faccia da fare quasi invidia perfino al Toro</strong>. Ma è ancora viva e scalciante, anzi sta conoscendo il momento migliore dei suoi 102 (o 108) anni: i rossi sono consapevoli di chi sono e da dove vengono, ma sono esaltati come non mai. Hanno superato tre turni, in squadra hanno alcuni ottimi giocatori, nazionali o ex nazionali croati come Mate Bilić (che molti ricorderanno bomber e bandiera dello Sporting Gijòn), come Dujmović o come capitan Križanac, che la Coppa l&#8217;ha perfino <strong>già vinta</strong>, con lo Zenit.</p>
<p style="text-align: left;">Lo Spalato sa di trovarsi di fronte il Toro, noi dovremmo sapere di trovarci di fronte a<strong> qualcuno per cui &#8220;<span style="text-decoration: underline;">bombe e sangue</span>&#8221; non è solo una canzoncina</strong>, ma l&#8217;elemento principale della propria storia. La curva coi suoi Crveni đavoli farà (lo dice il nome) un tifo indiavolato, ma alla fine sono <strong>tifosi abbastanza nonviolenti</strong>. (Oggi; una volta, nel 1938, giocatori e dirigenti dello Slavija furono praticamente <strong>lapidati</strong> dai sassi lanciati dai rossi). Sul campo, si diceva dei buoni giocatori ma certo non sono il Bayern (ieri han preso 3 pere dal Rijeka, e soprattutto non hanno impensierito mai una difesa guidata da Dario <strong>Knezevic</strong> – sì, proprio l&#8217;uomo del <em>derby di mercato</em>), ma nemmeno sono i ragazzi di Bromma. Se il Toro fa il Toro, impegnandosi come di norma fa, non avrà problemi. E, a partire dal giorno dopo, saremo perfino autorizzati – se vorremo – a <strong>fare il tifo per il piccolo Split</strong>, ricordandoci che “<em>seconda squadra della città</em>” è un&#8217;espressione che a noi granata proprio <span style="text-decoration: underline;">non</span> dovrebbe piacere.</p>
<p style="text-align: left;">
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		<title>Chi sono i ragazzi di Bromma e perchè non sono tipi qualunque</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jul 2014 05:11:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Li ho conosciuti di persona, due anni fa, e mi han suscitato una tale spontanea simpatia che ho iniziato a tifare per loro. Peccato che dovrò sospendere il mio appoggio nei loro confronti per una settimana. Parlo dei tizi del Brommapojkarna: li conobbi a un torneo giovanile (dedicato agli Allievi Fascia B) nella prestigiosa cornice [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_695" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/07/laget1-580x435.jpg"><img class="size-medium wp-image-695" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/07/laget1-580x435-300x225.jpg" alt="La bella gioventù d'un tempo" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">La bella gioventù d&#8217;un tempo</p></div>
<p>Li ho conosciuti di persona, due anni fa, e mi han suscitato una tale spontanea simpatia che ho iniziato a tifare per loro. Peccato che dovrò sospendere il mio appoggio nei loro confronti per una settimana.<br />
Parlo dei tizi del <strong>Brommapojkarna</strong>: li conobbi a un torneo giovanile (dedicato agli Allievi Fascia B) nella prestigiosa cornice di Volpiano; ebbene: per un torneo di 15enni era sceso il <strong>vicepresidente</strong> in persona, signor Fredriksson. <span id="more-693"></span>Cortesissimi, molto attenti alle partite dei propri pupetti ma anche a quelle degli altri: mentre giocava il Chieri, per dire, loro osservavano, si scambiavano indicazioni e <strong>prendevano pure appunti</strong>.</p>
<p>Non sapevo ancora, all&#8217;epoca, che la loro fosse una società da record: il Brommapojkarna è il club di calcio con il maggior numero di squadre <em>al mondo</em>. Compresa la sezione femminile e una minoranza dedicata al futsal, ne hanno <strong>247</strong>. Duecentoquarantasette squadre (per dare un&#8217;idea, il Torino ne ha 18), per <strong>4000</strong> atleti. Tutti quanti <strong>soci</strong> del club. E&#8217; un grande laboratorio di giovanili, che in qualche misura (una misura molto piccola, diciamo) in questo può ricordare il Toro che fu; dal suo vivaio sono usciti diversi nazionali svedesi e non solo, da noi sono conosciuti il centrocampista del Cagliari, Albin Ekdal, e John Guidetti (sì, proprio quello che cercava Petrachi).</p>
<p>Una buona notizia: “Brommapojkarna” non è poi uno scioglilingua impronunciabile, per essere svedese. Si pronuncia <strong>praticamente come si legge</strong>, con l&#8217;accento sulla “o” (“Brommapòjkarna”); non si direbbe, ma – per fare un esempio – è molto più difficile dire correttamente “Goteborg” (che sarebbe “Jëtebori”). Significa “i ragazzi di Bromma”, nome quest&#8217;ultimo di un sobborgo di Stoccolma che a molti viene facile associare a quel che è <strong>Chievo</strong> per la città di Verona; abbastanza esatto, in effetti, non fosse che il Brommapojkarna (da qui in avanti BP, come lo chiamano loro) è simpatico. E in effetti sì, non esistono “nemici naturali” e nemmeno rivalità, nei loro confronti, in Svezia; e loro stanno bene così, alla faccia di chi dalle nostre parti si consola con motti molto virili tipo “Odiati, fieri” del fatto di non avere <em>un</em> amico al mondo.</p>
<div id="attachment_696" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/07/grimstaip.jpg"><img class="size-medium wp-image-696" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/07/grimstaip-300x182.jpg" alt="La prestigiosa tribuna ovest" width="300" height="182" /></a><p class="wp-caption-text">La prestigiosa tribuna ovest</p></div>
<p>Il BP gioca le sue partite interne (ma non quella di coppa contro il Toro) al Grimsta Idrottsplats, uno stadio <strong>gigantesco</strong>, con i suoi <strong>8000</strong> posti. Sì, dè ecisamente sovradimensionato, se consideriamo che lo scorso campionato – anno della seconda, eroica salvezza della propria storia – ci sono stati in media <strong>1500</strong> spettatori sui suoi spalti (media che comunque è il <strong>doppio</strong> di quella conosciuta fino a una decina d&#8217;anni fa). Si è affacciato per la prima volta in Allsvenskan (la Serie A) nel 2007, facendo l&#8217;ascensore e tornandoci nel 2009, conquistando la prima storica permanenza in massime serie; quindi altri due anni di “B” (la Superettan) e lo scorso anno una salvezza sudatissima. Che però è valsa la <em>qualificazione in Europa League</em>.</p>
<div id="attachment_697" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/07/brommasupport.jpg"><img class="wp-image-697 size-medium" src="http://rotta.me/wp-content/uploads/2014/07/brommasupport-300x182.jpg" alt="Brommapojkarna tifosi" width="300" height="182" /></a><p class="wp-caption-text">La tribuna est e la nota torcida</p></div>
<p>Perchè? Com&#8217;è possibile? Si chiama “<strong>fair play</strong>”. Che dalle nostre parti è un concetto talmente sconosciuto che non ci è mai stato nemmeno spiegata la sua <em>esistenza</em> in quanto regola Uefa; tanto non ci riguarderà mai. Un po&#8217; come quando un insegnante si rivolge alla sua classe pigra e cazzona saltando a pié pari un argomento: “Questa non la facciamo, non vi servirà mai”. In realtà, ogni anno tre nazioni con maestri bravissimi vincono un <strong>premio</strong> per il voto in condotta (sempre le stesse, quelle lassù in alto), e decidono poi a quale dei loro alunni girarlo; in Svezia, è stato scelto il Bromma. La partita contro il Toro sarà di gran lunga il momento più alto della storia per i rossoneri, che ce la metterano tutta e anche di più.</p>
<p>Ma difficilmente basterà, perchè il BP è ultimo in classifica. Ultimissimo. Otto punti in tutto, meno di quattro volte quelli del Malmoe capolista, una vittoria su 14 partite, quella ottenuta per <strong>3 a 0 sul Norrköping</strong>. Stessa avversaria e stesso risultato ottenuto dal Toro nel <strong>1992</strong>: un&#8217;autorete, quindi Casagrande e Aguilera. A osservare il Toro in tribuna c&#8217;era Carlo Ancelotti, inviato dal neo c.t. Sacchi a spiare qualche giocatore di Mondonico (quale? Non si sa; c&#8217;era l&#8217;imbarazzo della scelta). Anche domani la coppia d&#8217;attacco del Toro sarà sudamericana&#8230;ed è l&#8217;unica cosa in comune che hanno le due. Ma non vi preoccupate, è momentanea, poi torneranno <em>loro</em>&#8230;<br />
Si scherza: forza Vitor, forza Marcelo. Forza Omar, Kamil, Beppe, Antonio. Forza tutti. Forza Toro, bentornato Toro.</p>
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Grazie</p>
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